Non sarò breve e conciso. New York mi ha russellianamente non deluso. Non significa niente, ma se significasse qualcosa, significherebbe che mi aspettavo mi deludesse, mi ha deluso, quindi non mi ha deluso.
Prima della partenza mi aspettavo di trovare molti lati negativi e alcuni positivi, in linea di massima ci avevo abbastanza indovinato, se non che i lati negativi li ho trovati nettamente amplificati rispetto alle mie previsioni.
Pretendere di giudicare New York dopo averci passato due settimane scarse da turista è impossibile, per questo tengo a precisare che tutto ciò che segue è soltanto il mio umile parere, del quale comunque rimango convinto.
Partiamo dalle cose buone: ho adorato Central Park (anche se non è minimamente sufficiente a liberarsi del chiasso della città), i musei: MET, MOMA, Guggehnheim (più per il museo in se che per le opere esposte), e alcuni panorami, come lo skyline di Manhattan visto da Brooklyn.
Lo skyline fa parte anche delle cose brutte se anzichè guardarlo da lontano ci si trova in mezzo. Stili e posizione dei vari grattacieli mi sono sembrati piuttosto casuali, e comunque la sensazione principale, trovandocisi sotto è stata di soffocamento, grazie anche al traffico e al caos ininterrotti.
Quando vado in giro comunque prima di urbanistica e architettura (di cui del resto non capisco nulla) mi piace guardare la gente e le usanze, e qui viene il tragico. Mi aspettavo di trovare tutto oversize (ma avranno mica da nascondere qualcos’altro di undersized?) ma non a questo livello!
Camion della nettezza urbana che basterebbero da soli ad invadere il Rhode Island, che si aggirano continuamente per le vie principali sputazzando fumo nero, macchine rigorosamente a benzina con cilindrata minima 3000cc, condizionatori a temperature polari, con conseguente clima ai limiti del vivibile all’esterno, magliette 5XLT (XXXXXLarge Tall), porzioni di cibo mastodontiche prontamente buttate (mi trovavo a imbestialirmi come una nonnetta “se vede che non hai fatto la guerra! ai tempi mii non buttavamo via niente!”). Segregazione razziale e omologazione (intraclasse) accentuatissime (se si escludono i turisti): bianchi in giacca e cravatta o casual miliardario downtown; neri col cappello con l’etichetta del prezzo, l’ipod, lo skate, e la maglietta 10000XL ad harlem e nel bronx; varie bancarelle cornershop e lavanderie gestite da ispanici che spesso non parlano nemmeno inglese.
Dopo 10 giorni a New York mi è sembrato un sogno trovare dietro l’angolo (secondo le scale merecane) quello che al confronto sembra essere un angolo di paradiso: Boston!
Ho adorato Boston e le poche cose viste del New England (Newport, Providence), sembra di essere finiti totalmente in un altro posto, e forse il nome è li proprio per suggerirlo. Dopo aver visto New York, e conoscendo di fama il resto degli states, girando per Boston non si può non simpatizzare per chi, tra le migliaia di bandiere onnipresenti, espone la bandiera a 13 stelle degli stati fondatori!
Nulla da dire sulle università, se non, a voler essere cattivi, che in realtà sono piene di stranieri!
Abbiamo avuto modo di visitare più o meno velocemente i campus della Columbia (New York), M.I.T., Harvard (Boston), e Yale (New Haven). A parte Yale che si fregia di aver avuto l’attuale presidente tra i suoi studenti, direi che riguardo le università abbiamo molto da imparare!
Ho parlato anche troppo lascio dire il resto a un libro che ho letto tutto d’un fiato appena tornato (Kurt Vonnegut – A man without a country) e alle foto che in questi giorni mettero man mano sul mio account flickr (qui). Sono foto che ho fatto con una macchina fotografica nuova di zecca. Per ora più che sfruttarne le potenzialità, è stata lei a sfruttare i miei difetti.